Marcos Candido e la "pedagogia del desiderio"

Progetto Axé
11.04.2012
A colloquio con Marcos Candido, educatore e responsabile formazione di progetto Axè

Il 30 aprile 2012 si è svolta all'Istituto degli Innocenti una conferenza dal titolo “L'arte che educa e dà futuro”. L'incontro ha ruotato attorno alla proposta educativa di progetto Axé, organizzazione no-profit che si occupa del recupero di ragazzi di strada a Bahia (Brasile) tramite l'arteducazione.

L'organizzazione nasce nel 1990 a Salvador de Bahia, in Brasile, ad opera di Cesare De Florio La Rocca e di alcuni educatori brasiliani, tra cui Marcos Candido. Lo scopo è il recupero di bambini e ragazzi di strada in situazioni di disagio. Recupero che però non si avvale della pedagogia tradizionale, ma della “pedagogia del desiderio”, una costruzione teorica nata per affrontare la frase che molto spesso i
bambini vomitavano sul viso degli educatori: "io non ho nulla da perdere”.

Tra i relatori era presente anche Marcos Candido, responsabile del Dipartimento di Formazione Progetto Axé e educatore.

Come siete arrivati alla pedagogia del desiderio?

Il punto di partenza della pedagogia del desiderio è stato il lavoro pratico e anche teorico che abbiamo fatto con Paulo Freire, il più importante educatore brasiliano del secolo scorso conosciuto molto anche in Europa.
Quando Paulo è tornato dall'esilio, negli ultimi anni della dittatura militare (fu costretto a fuggire perché i suoi metodi educativi erano osteggiati dal nuovo regime instauratosi nel 1964) ha cominciato a lavorare nuovamente all'educazione dei brasiliani più poveri. Nel suo libro più importante “La pedagogia dell'oppresso” vi è un concetto forte: «l'oppresso si può liberare soltanto nel momento in cui non riconosce più l'oppressore come tale». Liberazione che può avvenire abbandonando l'oppressore o ribellandosi ad esso. L'educazione è quindi un atto politico di ribellione, perché spezza le catene che legano i bambini delle favelas ad una condizione degradante.

Noi siamo andati in strada, in un primo momento, col desiderio enorme di incontrare i ragazzi e incominciare un dialogo con loro. Non volevamo imporre un'educazione.
L'intenzione era quella di andare lì, avvicinarsi, capire chi erano e allo stesso tempo permettergli di farsi un'idea di noi che non fosse preconcetta. Invece di presentarci come educatori e dirgli cosa eravamo venuti a fare e come lo volevamo fare, abbiamo domandato loro: «chi vorreste che fossimo? che cosa vorreste che facessimo per voi? E come?».

La pedagogia del desiderio è nata quindi dall'interazione degli educatori con i ragazzi, dalla scoperta che un'educazione troppo rigida non funziona in un contesto simile e che prima di tutto è necessario che i bambini si sentano stimolati e siano messi nella condizione di desiderare.
Dietro la pratica educativa però, c'è anche un' elaborazione teorica, dato che, come ci ha insegnato Paulo Freire, l'educazione è un atto politico a cui è sempre collegata una teoria. Nell'elaborazione teorica ci siamo avvalsi della psicanalisi freudiana, di Lacan e del pensiero di filosofi come Michel Foucault.
Il pensiero teorico ci ha aiutati enormemente perché ci ha permesso di approfondire il discorso sul Desiderio, di capire come nasce, come si sviluppa e quindi di adottare con i ragazzi un metodo educativo migliore.

Che funzione ha l'arte nel vostro metodo pedagogico?

L'arte è importante perché risveglia il desiderio. Il desiderio è collegato ad una mancanza, ad un angoscia tipica dell'essere umano che riceve risposte diverse da parte degli individui.
Tante persone, per esempio, anche ragazzi, si rivolgono alla droga in modo da impedire che questa angoscia vitale si faccia sentire. Facendo così però, addormentano anche il desiderio.
La nostra risposta a questa mancanza di prospettive per il futuro, una volta un bambino ci ha addirittura detto che non aveva nulla da perdere, è stata quella di spingerli a desiderare.
L'arte ci è sembrato il modo migliore per risollevare l'animo di questi ragazzi, dato che essa eccita il desiderio, non soddisfacendo mai chi la produce.

Nel vostro caso si può dire che l'arte oltre ad avere una funzione educativa ha anche risvolti professionali?

Ha sicuramente entrambe le funzioni. Ai ragazzi più interessati e appassionati, noi proponiamo quando vogliono e quando desiderano, un percorso che li porta alla professionalità. I ragazzi che sono qui adesso in Italia per esempio, hanno acquisito delle capacità che li mettono in grado di dividere il palco con Fiorella Mannoia e di poter continuare in futuro a fare della loro arte un lavoro.(am)

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