Proposta di legge in discussione alla Camera
06 October 2009
Minori stranieri, dalla scuola la cittadinanza

In Italia, secondo i dati Istat elaborati dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza aggiornati al 31 dicembre 2007, gli stranieri residenti con permesso di soggiorno sono quasi 2 milioni e mezzo (2.414.972). I minorenni tra 14 e 18 anni sono invece quasi 100 mila (99.874).

Dati aggiornati al 1 gennaio 2008, ci dicono poi che i minori residenti in Italia sono oltre 765 mila (765.481) e rappresentano il 22,3% della popolazione straniera residente.

Negli ultimi 20 anni c'è stato un aumento esponenziale delle popolazione scolastica con cittadinanza non italiana: se negli anni 1987/88 si contavano circa 9 mila alunni, negli anni 1997/98 sono passati a 70 mila e oggi, secondo i dati aggiornati al 1 gennaio 2008, superano i 574 mila.

Secondo la disciplina in vigore un immigrato adulto ha diritto alla cittadinanza italiana dopo 10 anni di regolare soggiorno mentre un minore, se nato all'estero e arrivato in Italia per ricongiungersi alla famiglia non ha diritto ad alcuna agevolazione.

La proposta di legge Sarubbi Granata "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza" (atto Camera 2670), che sarà in discussione alla Camera il prossimo novembre, i minori che arrivano nel nostro paese hanno diritto a chiedere la cittadinanza dopo un ciclo scolastico.

Proponiamo un articolo sull'argomento scritto da Gian Carlo Blangiardo sul Sole 24 ORE del 5 ottobre. (sp)

Ogni giorno su Minori.it è disponibile la rassegna stampa tematica dedicata ai temi dell'infanzia e dell'adolescenza.

Crediti foto


A scuola diploma di cittadinanza
I minori avrebbero il diritto dopo la conclusione di almeno un ciclo scolastico

di Gian Carlo Blangiardo

La proposta di legge sulla cittadinanza potrebbe generare complessivamente un flusso di nuovi italiani prossimo al milione di unità, verosimilmente stemperato nell'arco dei primi anni del nuovo corso.

Smaltita la fase di transizione e sdrammatizzato l'impatto del rialzo dei numeri, resterà il segno di un importante salto di qualità: verrà sancito il passaggio a un sistema più civile e più giusto in cui, da un lato, si riconosce agli immigrati di prima generazione la legittima aspirazione a integrarsi pienamente nella società italiana, dall'altro si offre ai giovani - come è stato ben ricordato nelle premesse della proposta di legge - la grande opportunità di acquisire già dall'età dell'infanzia e dell'adolescenza gli stessi diritti dei loro coetanei italiani.

Secondo le statistiche ufficiali il flusso annuo di nuovi cittadini era attorno a 10 mila unità all'inizio del decennio; è salito a 51 mila nel 2008 ed è previsto in 56 mila nel consuntivo del 2009.

Riprendendo le ultime stime Istat si può ritenere che, in assenza di un cambiamento delle regole di acquisizione, il confine delle 100 mila unità annue non verrà superato se non dopo il 2O2O. Ma è difficile immaginare che i paletti della normativa vigente sulla cittadinanza reggano così a lungo.

Se si considerano i potenziali effetti della nuova proposta di legge alla luce dei 547 mila residenti stranieri nati in Italia, oppure sulla base delle più recenti valutazioni Ismu - che indicano attorno al 70% dei residenti stranieri la quota di coloro che sono nel nostro paese da almeno cinque anni (e stiamo parlando di ben 2,5 milioni di persone) - viene effettivamente da pensare a un esercito di aspiranti che, adeguatamente attrezzati sul piano della lingua e dell'integrazione civica, si presenteranno a richiedere il passaporto e i diritti di cittadinanza.

Non è detto che l'obiettivo finale di chi soggiorna nel nostro paese sia sempre quello di diventare italiano. Pensiamo, ad esempio, al milione di residenti neocomunitari che già sono stati esentati dallo "stress da rinnovo" del permesso di soggiorno: è legittimo immaginare che tutti vogliano definitivamente cambiare carrozza sul treno dell'Unione europea? Anche ammettendo che nel loro caso, così come prospettato dalla nuova norma proposta, la durata della residenza sia ridotta a soli tre anni - un requisito che peraltro sembra ricorrere per gran parte dei presenti - si tratterebbe comunque di un cambiamento impegnativo.

Un passaggio che se può sembrare normale (e doveroso come opportunità) per le seconde generazioni, non è detto che lo sia necessariamente anche per chi, meno giovane, forse accarezza ancora il mito del ritorno in patria.

D'altra parte, i dati mostrano che l'intenzione di restare per sempre in Italia viene chiaramente espressa solo da poco più di un quarto degli stranieri residenti da almeno un quinquennio (seppur con punte che superano il 40%, solo turchi, macedoni e argentini). Tra costoro l'acquisizione della cittadinanza viene indicata come molto importante in circa tre casi su quattro e abbastanza importante per un ulteriore 15 per cento.

Ciò premesso, con riferimento agli adulti l'impatto quantitativo dell'ipotetica revisione delle norme secondo le modalità in discussione si può stimare nell'ordine di 400-480 mila nuovi cittadini. Andrebbe inoltre considerato un contributo sostanzialmente analogo da parte dei minorenni, soprattutto per effetto della componente nata in Italia.

Scarica l'articolo (pdf) dalla rassegna stampa di Minori.it

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