A colloquio con Aldo fortunati, direttore dell'Area Educativa dell'Istituto, per capire meglio cosa sta accadendo al sistema dei servizi 0-3
17 May 2016

I servizi educativi per la fascia 0 – 3 anni sono, in molti casi, un'eccellenza del nostro Paese conosciuta e apprezzata anche all'estero. Eppure da un po' di tempo questo sistema sembra essere entrato in crisi, soprattutto a causa di forti barriere nell'accesso, non più sostenibili da molte famiglie.

Abbiamo cercato di comprendere meglio il fenomeno con Aldo Fortunati, direttore dell'Area Educativa dell'Istituto degli Innocenti

Dott. Fortunati, cosa sta succedendo al sistema di domanda e offerta dei nidi?
Ad oggi gli unici dati disponibili e rappresentativi di un quadro nazionale sono quelli all'interno dell'indagine ISTAT sulla spesa sociale dei Comuni, che punta lo sguardo anche su alcuni importanti indicatori relativi ai nidi comunali e convenzionati, alcuni dei quali riguardano l'andamento della domanda. Sappiamo che il sistema dei nidi comunali e privati convenzionati ha avuto un'espansione progressiva e stabile negli ultimi 15 anni. A questo ha corrisposto il fatto che la spesa sostenuta dai Comuni per questo sistema sia passata da 1 miliardo a oltre 1 miliardo e mezzo in questo arco di tempo. Quello che sta succedendo, in particolare negli ultimi 3-4 anni, è che questa spesa ha iniziato a decrescere. Questo dato ha indotto due conseguenze. La prima è una diminuzione della domanda del 5% e, oltre a questo, è diminuito il numero dei bambini accolti ( - 2,5%). I dati vanno letti esattamente in quest'ordine perché il settore dei nidi è uno di quelli in cui si conferma la regola generale che è la domanda a creare l'offerta.

Quando, nel 2000, abbiamo iniziato a occuparci di monitoraggio dei servizi educativi per l'infanzia abbiamo ripreso l'attività con un'indagine censuaria per mappare il sistema dei nidi italiani, rilevando anche il dato sulle liste d'attesa. Nelle regioni con maggior presenza di servizi c'erano liste di attesa più consistenti. Nelle regioni in cui l'offerta era più debole c'erano posti vuoti, cioè la domanda non saturava le pur basse capacità ricettive del sistema. Adesso stiamo assistendo a un fenomeno analogo. Le famiglie fanno domanda quando hanno l'aspettativa che questa domanda verrà accolta. Se hanno ben chiaro che il servizio non c'è o che è di difficile accesso (per concorrenza o perchè costa troppo), non fanno domanda. Questo naturalmente non significa che non ci sia bisogno del servizio ma solo che l'offerta è scarsa o inaccessibile.

Quindi non c'è disaffezione verso la cultura del nido, ma esiste piuttosto un problema di accessibilità?
L'aspetto dell'accessibilità è un dato che noi studiamo ormai da 4 anni su un campione di 50 comuni italiani abbastanza rappresentativi del paese, fotografando le conseguenze della crisi economica sull'accessibilità dei nidi. Dai dati delle ultime tre edizioni abbiamo rilevato che i bambini che fanno domanda e si collocano in posizione utile in graduatoria, in una percentuale del 12% rinunciano al posto prima di cominciare, il 9% di quelli che cominciano rinuncia una volta iniziato, mentre il 16% di quelli che proseguono la frequenza non paga la retta. È quindi evidente che non ha senso parlare di carenza della domanda, se anche quando il servizio è disponibile le famiglie hanno difficoltà ad accedervi. Se un nucleo familiare abituato a reggersi su due stipendi a un certo punto diventa monoreddito la scelta obbligata è che oltre a stare a casa uno dei genitori (in genere la mamma) ci stia anche il figlio per risparmiare sulla retta del nido.

La politica dovrebbe mettere a fuoco strategie articolate e non di breve periodo per aggredire fenomeni di natura complessa che non possono certamente essere risolti con interventi parziali. Come ci dicono anche tutte le analisi internazionali, non sono provvedimenti di supporto monetario temporaneo (vedi "bonus bebè") a poter sostenere un progetto di futuro che comprenda i figli. Le donne per fortuna si pongono sempre più l'obiettivo di essere istruite e collocarsi nel mondo del lavoro prima di pensare alla maternità. Le italiane che hanno il primo figlio fra i 35 e i 40 anni sono di più di quelle che lo hanno fra i 30 e i 35. Questi dati di realtà ci dicono che se vogliamo incentivare la maternità dobbiamo prevedere un complesso sistema di provvedimenti che includano innanzitutto la diffusione e l'accessibilità dei servizi e poi un sistema di congedi parentali estesi ai primi anni di vita del bambino. Oltre a questo, ma non in sostituzione, ben vengano supporti di tipo economico soprattutto per famiglie con più figli che, secondo gli ultimi dati, sono quelle più colpite dall'incremento della povertà relativa e assoluta.

Nella fascia 3 – 6 anni, ovvero nella scuola dell'infanzia, tutta la domanda è accolta e non ci sono liste d'attesa.
Esatto, in quel caso a nessuno viene in mente di tematizzare l'interesse delle famiglie al servizio perchè, per fortuna, il servizio c'è per tutti i bambini. Nel caso della scuola dell'infanzia il problema sta diventando un altro. Il sistema è attualmente sull'orlo dell'ipertrofia e diventerà certamente sovrabbondante rispetto alla domanda potenziale nei prossimi anni. Questo avviene perchè abbiamo un decremento della base dei bambini potenzialmente interessati ad accedere a questo tipo di servizi, stimabile nell'ordine di almeno 10mila bambini all'anno in meno, che significa 50 sezioni e un migliaio di insegnanti. Questo per i prossimi 15 anni, come minimo.

In questo scenario come si colloca la prospettiva della continuità educativa 0-6?
La continuità zero sei richiede tre azioni integrate. Naturalmente diffondere i servizi dove non ci sono, ma contemporaneamente tirar fuori i nidi dai servizi a domanda individuale e sostenere con risorse pubbliche i loro costi per renderli finalmente accessibili, senza discriminazioni e limiti, per tutte le famiglie. È esattamente quello che è successo quando lo Stato ha scelto di investire fortemente per generalizzare la scuola dell'infanzia. È davvero incomprensibile che una famiglia con un bambino di un anno per entrare in un nido comunale spenda come minimo 200/300 euro al mese e quando il bambino arriva alla scuola dell'infanzia nel 75% dei casi il servizio diventa gratuito. È poi necessario riorganizzare meglio, passando dagli anticipi alle sezioni primavera, l'accoglienza di bambini piccoli in sezioni aggregate alle scuole dell'infanzia e organizzate per accogliere bambini nel terzo anno. Questa è una prospettiva che in qualche modo trasforma l'accoglienza di non buona qualità che le scuole dell'infanzia offrono ai bambini piccoli attraverso la porta dell'anticipo, un fenomeno che si è sviluppato molto fortemente nel mezzogiorno del Paese, dove in molti casi è più facile per un bambino piccolo entrare come “anticipatario” nella scuola dell'infanzia piuttosto che trovare posto al nido.

La continuità 0-6 non avrà successo senza la compresenza di questi elementi. Se ad esempio si investisse solo nelle sezioni primavera lo 0-6 diventerebbe un "2 – 6", come avviene ad esempio in Francia. Questo comporterebbe da una parte una precocizzazione della scolarizzazione dei piccoli e soprattutto un buco nella fascia 0 -1, che è il momento in cui il bisogno di supporto è maggiore. Così facendo sacrificheremo progressivamente il nido, l'esperienza educativa italiana che ci fa conoscere nel mondo.

Diffondere, qualificare, rendere accessibile, queste sono le tre zampe che tengono in piedi il tavolo delle buone politiche delle diffusione dei servizi. Con l’avvertenza che questo non avviene nel libero mercato, ma attraverso una forte governance pubblica posta a fondamento di un sistema di offerta in cui protagonismi pubblici e privati concorrano al dinamismo e alla vitalità delle esperienze. Auguriamoci che a questa prospettiva si ispiri anche il progetto di riforma 0-6 in discussione in questi mesi nel nostro Paese. (fr.cop)