L'Istituto degli Innocenti commenta il caso della bambina di Milano rapita dal padre e cresciuta in Egitto
30 August 2017

E’ necessaria una maggiore collaborazione tra Stati; è obbligatorio e indispensabile ascoltare il bambino che è stato trasferito in un altro Paese da uno dei genitori. Sono i due aspetti da consolidare nei procedimenti che nascono dai casi di “sottrazione internazionale di minore”, come evidenzia l’Istituto degli Innocenti che commenta il caso della bambina di 11 anni di Milano, rapita dal padre e cresciuta in Egitto, lontano dalla madre, descritto oggi da Repubblica. Ora rientrata in Italia la bambina ha descritto in un libro la sua odissea in un e-book dal titolo “Cinque anni e mezzo senza mamma".

La sua è una delle centinaia di storie che ogni anno coinvolgono i figli di coppie di nazionalità diverse: nel 2015 i casi di sottrazione internazionale di minori in Italia sono stati 243, secondo i dati del Ministero della Giustizia, di questi 175 riguardano richieste di ritorno in Italia dei bambini, negli altri 68 casi si tratta di genitori stranieri che chiedono all’Italia di far tornare nel loro Paese i figli. Il numero dei casi ha registrato un aumento negli ultimi anni e ha coinvolto in tutto tremila minori dal 2000 al 2015. Nel 2015 il maggior numero di casi (34) ha coinvolto le autorità della Romania, seguita da Germania e Inghilterra (i giudici di questi Paesi si sono trovati a trattare 18 casi di sottrazione internazionale di minore ciascuno).

Nello specifico si parla di “sottrazione internazionale” quando un bambino o un adolescente che ha la residenza abituale in un determinato Stato è portato, e trattenuto, in un altro Stato senza il consenso di uno dei genitori, ognuno dei quali ha diritto a decidere il luogo della residenza del figlio (Secondo il codice civile italiano – articolo 316 del codice civile - entrambi i genitori infatti hanno la responsabilità genitoriale e di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore). La nazionalità del bambino e dei genitori non conta in questo caso, quello che ha un peso è il luogo riconosciuto come la “casa” del minore.

Per proteggere i minori e risolvere le controversie che nascono dal trasferimento illecito del figlio all’estero è stata stipulata una convenzione specifica, la Convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980, che regola tra gli Stati aderenti gli aspetti civili legati alla “sottrazione internazionale del minore”.

Per far tornare a casa il bambino la componente “tempo” è importante perché nei mesi persi il minore potrebbe “integrarsi” nel nuovo ambiente del cosiddetto Stato di rifugio e questo può compromettere la possibilità del rientro in Italia: ecco perché il Ministero della Giustizia consiglia di rivolgersi il prima possibile all’autorità centrale dello Stato, istituita al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità (Ufficio II - Autorità Centrali convenzionali Via Damiano Chiesa, 24 Roma), che offre assistenza gratuita e lavora in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, di fare da raccordo tra il genitore che richiede il ritorno del figlio e lo Stato in cui il minore è stato portato.  

Spetta al giudice dello Stato di rifugio emettere l’ordine di ritorno e quindi verificare tra le altre cose che il minore abbia meno di 16 anni, che avesse effettivamente la residenza abituale in Italia, che la sottrazione sia stata fatta senza il consenso di un genitore e che sia avvenuta da meno di un anno o, se è avvenuta da oltre un anno, se il minore si è integrato nel suo nuovo ambiente.

L’ordine di ritorno può comunque non essere emesso in alcuni casi, ad esempio se risulta che il genitore che chiede il ritorno avesse acconsentito al trasferimento, o se è il minore stesso a voler restare dov’è.

“Lo richiede la legge, ma è importante ribadire lo spazio che deve avere l’ascolto dei bisogni e del punto di vista del minore prima di decidere quale debba essere la sua casa - commenta Maria Grazia Giuffrida, presidente dell’Istituto degli Innocenti – Parliamo di casi estremamente delicati per la risoluzione dei quali è quanto mai necessario lavorare per una reale collaborazione tra le autorità centrali dei diversi Stati, soprattutto per accelerare il più possibile i tempi dei procedimenti, per non rischiare, come successo alla bambina di Milano, che si lascino passare tanti anni”.